ARCHITETTURE DEL VINO

Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero

6. Le riflessioni progettuali

6.1 Linee programmatiche generali e proposte progettuali.

Alla luce delle analisi fin qui condotte e che hanno visto indagare gli aspetti peculiari delle cantine vinicole, dai temi storici-evoluzionistici a quelli tipologici-architettonici, del passato e odierni, è giunto ora il momento di affrontare l’aspetto più importante della Tesi e cioè quello delle linee programmatiche e degli interventi di progetto.

Le analisi sulle realtà aziendali vitivinicole ci hanno permesso di individuare delle comuni “difficoltà” che hanno interessato, e interessano tuttora, l’organizzazione medesima delle imprese, investendo profondamente le problematiche spaziali e dimensionali, di ampliamento soprattutto, tipologiche e di rispetto dell’architettura rurale storica anche, ma hanno pure toccato quelle ambientali, geomorfologiche, geologiche e pedologiche.

Di più. Le conferme sono giunte dai rilievi dello stato di fatto delle cantine vinicole site nella Marca che hanno costituito dei materiali utili e fertilissimi perché da essi sono emersi delle situazioni, o meglio delle emergenze presenti nella più parte di loro e che, appunto, assillano gran parte delle costruzioni enotecniche nell’esercizio delle loro attività. Ciò ha permesso pertanto di individuare una casistica comune delle carenze che maggiormente le investe e le affligge. Ed infatti le rilevazioni eseguite sul territorio hanno riscontrato delle serialità anche tra le più svariate e differenti situazioni geografiche vitivinicole e tra le diverse zone DOC. di Treviso

A queste, quindi, siamo chiamati a fornire delle soluzioni generali o quantomeno cercare di fissare dei principi comuni capaci di coordinare i futuri interventi.

In sintesi, ma in una visione più ampia, il sistema coordinato dal mix territorio-cantina-vino è stata un’opportuna occasione presa a riferimento e fatta oggetto di studio per stabilire dei metodi e degli approcci che si indirizzassero nel segno della individuazione e della determinazione di misure di tutela paesaggistica, della salvaguardia ambientale, della ricostruzione paesaggistica storica, del rispetto dell’architettura di origine rurale tradizionalmente locale, della incentivazione della produzione viticola di pregio e autoctona, di bonifica delle azioni disgregative idrogeomorfologiche dei suoli, da una parte; dall’altra però, anche volta a rimediare delle regole che garantiscano il progresso e la continua innovazione nella meccanizzazione delle strutture produttive enotecniche, nelle tipologie architettoniche e costruttive delle cantine, infrastrutturali e viabilistiche, tutto ciò però nel rispetto dei principi della salvaguardia delle aree rurali e degli aspetti storici-edilizi di tali aree.

Quindi, le problematiche su cui è ricaduta la scelta e sulle quali ci eserciteremo, anche se puntuali, abbracciano un ampio ed esaustivo ventaglio di competenze fra loro connesse, giusto per dare una visione completa dell’azione e del pensiero di cui questa Tesi vuole farsi portavoce.

Le basi culturali su cui tale studio intende operare per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati muovono sulle linee di un importante documento, il cui cardine ruota attorno al concetto fondamentale, ma che non è il solo, di <<.(.)..capovolgere la marginalità, il carattere residuale delle aree rurali, dare loro la stessa importanza delle città e dettare le regole per un uso corretto delle risorse ambientali>> (Tesi P.C., 1999, p. 4, nota 3): questo documento si chiama Piano Regolatore delle Città del Vino.

Delle linee metodologiche e programmatiche ci occupiamo qui di seguito con una descrizione che ha il compito di introdurre il tema. Per quanto riguarda le dettagliate procedure per la redazione del Piano riportiamo in allegato integralmente il documento redatto dall’architetto Pier Carlo Tesi, suo principale relatore e coordinatore.

6.1.1 Il Piano Regolatore delle Città del Vino

Intanto una legittima domanda nasce spontanea e si impone: perché un piano regolatore delle Città del Vino e non un piano regolatore delle Città del Mais o del Pomodoro?

E’ questa una domanda semplice all’apparenza, forse banale e provocatoria, ma essa tuttavia richiede una risposta molto articolata e complessa.

Già una parziale ma sostanziale risposta ce la fornisce il professore Stanghellini nella relazione che tenne al Simposio Internazionale “Territorio e Vino” nel maggio del 1998, dove egli sostenne soffermandosi nel riconoscere nella dichiarazione di Cork la medesima radice culturale del Convegno che tale base di partenza <<.(.)..implica una visione delle aree rurali non più residuale rispetto allo sviluppo della città e allo stile di vita urbano, e richiede che esse diventino oggetto di politiche di sviluppo economico e di assetto territoriale di tipo integrato>> perché – continua il professore - <<Le Città del Vino formano una parte rilevante del sistema insediativo del territorio collinare appenninico e alpino, aggregano beni ambientali e culturali di particolare pregio, insistono su paesaggi storici di strutturazione medioevale. La loro vitalità, quindi, è funzionale alla conservazione di questi particolari beni pubblici. D’altro canto, alla produzione vitivinicola di qualità che si svolge nei territori della Città del Vino si associa la produzione di beni e servizi pubblici di tipo ambientale, quali la salvaguardia idrogeologica, la conservazione della complessità ecosistemica e della fertilità dei suoli, la tutela e la valorizzazione del paesaggio>> (1998, p. 538).

I benefici appena citati non sono i soli perché, infatti, delle nuove discipline hanno interessato l’ambito vitivinicolo e hanno trovato grandissima affinità con altrettanti settori, come ad esempio il turismo rurale e l’enoturismo che stanno creando - secondo quanto sostiene l’architetto Tesi - una «nuova fortuna delle aree rurali», proprio per la tipicità dinamica, e non solo consumistica, che in questi nuovi comportamenti sociali e di svago si configurano.

Dunque, se lo stesso piano si fosse rivolto ad una diversa coltura, ad esempio come detto il mais, la barbabietola da zucchero, etc., non avrebbe parimenti contribuito a coinvolgere altrettante numerose discipline e a farle interagire tra di loro.

Infatti il motivo di questa limitatezza sta anche e soprattutto nello stesso processo produttivo di trasformazione che li vede coinvolti, in quanto esso va ad interessare un numero di funzioni e relazioni con i settori satelliti, secondari, etc., che sono estremamente minoritari rispetto quelli vitivinicoli. Ecco allora spiegata la giustificata scelta.

Tuttavia basterà studiare approfonditamente il Documento del Piano Regolatore delle Città del Vino (in allegato qui di seguito) per ricavarne delle ulteriori giustificazioni.

Successivamente al Documento riportiamo i casi che abbiamo ritenuto meritevoli di indagare, di analizzare e sulle quali avanzare delle riflessioni o al più delle proposte progettuali.

...continua.
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