Azienda Agricola Cantine Giol

L'azienda agricola Cantine Giol di San Polo di Piave, mirabilmente condotta dal giovane dr. Vittorio Carraro, nipote di Giovanni Giol, è prioritariamente legata alla coltivazione dei vigneti e alla produzione di vini D.O.C. del Piave. E' nell'anno 1861 che le attività enotecniche si insediano definitivamente in questi edifici...

Azienda Agricola CANTINE GIOL, San Polo di Piave (Tv)

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I reperti archeologici ritrovati nel territorio geografico del comune di S. Polo di Piave, in provincia di Treviso, fanno risalire le origini dell’abitato attorno all’anno 1000 a. C. Il centro storico si impose sulla antica strada romana Augusta Altinate che collegava la pianura della Marca Trevigiana col Trentino.

antiche cantine giol mendoza minFig. 1- Cantine Giol a Mendoza (in Giovanni Giol, "1866-1936..", Vinitas, p. 10)Il comune di S. Polo di Piave è oggi abitato da poco più di 4000 residenti (rilevazioni 1995).

Situato a nord-est di Treviso sulla sponda sinistra del Piave, ad una altitudine di 27 mt sopra il livello del mare, si estende per un totale di 21 kmq.

Per entrare nel merito delle Cantine Giol e delle vicende che le hanno originate e caratterizzate, è necessario ripercorrere le fasi iniziali della vita del Commendatore Giol che lo portarono ad emigrare nell’America Latina.

Nato a Romano di Vigonovo in Friuli nel 1866, Giovanni Giol, tormentato dalla testarda volontà di ritagliarsi una vita diversa e migliore, quanto gratificante, a 18 anni non ancora compiuti decise di attraversare l’Oceano Atlantico in cerca di fortuna.

La storia vuole che il Giol si spingesse, passando prima per la Grecia, fino a Mendoza in Argentina e qui, tramite alcune umili prestazioni lavorative, riuscire a raccogliere una sufficiente cifra di Pezos che gli permisero di affittare una vigna e diventare un affermato produttore di vino.

La caparbia volontà e la capacità imprenditoriale gli riservarono un felice e meritatissimo destino tanto che nel 1898 fondò, insieme a Giovan Battista Gargantini da Lugano, quello che da lì a poco sarebbe diventato lo stabilimento vinicolo più esteso e importante del mondo (fig. 1) (Guida commerciale, industriale, 1931, p. XVII) e che si sarebbe chiamato “La Colina de oro”.

planimetria-c-t-r-villa-papadopoli-e-cantine-giol-san-polo-di-piave-minFig. 2- Planimetria villa Papadopoli e cantine Giol, C.T.R. scala ridotta

castello-papadopoli-prima-del-intervento-del-bagnaraFig. 3- Il Castello Papadopoli prima dell'intervento del Bagnara (?) (Bussadori P., 1998, p. 13)

castello-papadopoli-intervento-del-bagnaraFig. 4- Castello Papadopoli (intervento del Bagnara?) (in Bussadori P., 1998, p. 12)

 

 

 

 

 

 

 

 Successivamente una sequenza di problemi, come ad esempio la decisione del socio di lasciare l’attività e alcuni altri legati alla compravendita delle azioni della Società vitivinicola, fecero sì che Giovanni Giol decise di cedere l’azienda e rimpatriare in Italia. Era il 1915.

Nei primi anni dal suo ritorno acquistò alcuni terreni a San Donà di Piave e a Ceggia (Ve); una parentesi militare però interruppe la passione vitivinicola ed enologica di Giovanni Giol che, tuttavia, riprese subito dopo la Grande Guerra.

In questo scenario storico iniziano le vicende delle aziende rurali e delle trevigiane Cantine Giol.

mappa-catasto-austriaco-1842-castello-e-cantine-giol-san-polo-di-piaveFig. 6- Catasto Austriaco 1842, A.S.T. fg. 11, San Polo di Piave, scala ridotta

Le azioni belliche avevano gravemente danneggiato il territorio e il patrimonio edilizio della penisola, tuttavia, nel 1919 il commendatore Giol acquistò, dal nobile signor Conte Aldobrandini Papadopoli, la splendida tenuta di San Polo di Piave (fig. 2) che comprendeva il lussuoso castello padronale, la vasta fattoria con le relative antiche cantine e ben 64 case coloniche sparse in tutto il territorio comunale e non.

Oggi l’azienda mirabilmente condotta dal giovane dr. Vittorio Carraro, nipote di Giovanni Giol, è prioritariamente legata alla coltivazione dei vigneti e alla produzione di vini D.O.C. del Piave.

Procediamo ora con la descrizione tecnica degli edifici che interessano l’oggetto dello studio. Prima però di avanzare delle descrizioni riguardo le costruzioni eminentemente rurali e coloniche dell’azienda ci soffermiamo per un attimo anche sul Castello Papadopoli.

In tutti i testi consultabili (vedi bibliografia) l’origine architettonica del castello, nella versione attuale (fig. 4), risulterebbe dell’artista e professore Francesco Bagnara, il quale sarebbe intervenuto, sollecitato dalla famiglia Papadopoli, su una composizione architettonica e strutturale precedente (fig. 3).

Originariamente, a quanto ci riporta la Bussadori, <<la villa presentava l’aspetto di un Castello padano (fig. 3) chiuso agli angoli da quattro torri quadrangolari. Due ordini di finestre segnavano i prospetti della facciata senza particolari accenni decorativi e forzature stilistiche>> (1998, p. 12).

Su questa composizione, come abbiamo detto, il professore Francesco Bagnara sarebbe intervenuto trasformandolo in <<un maniero inglese, di stile neogotico>> (Bussadori P., 1988, pp. 12).

Il professore avrebbe messo mano anche alla soluzione paesaggistica del parco, esercitando evidenti modifiche e seguendo i canoni della moda di allora.

La data dell’ultimazione dell’intervento architettonico, fornita dallo scrittore locale Luigi Dall’Oste, coinciderebbe con l’anno 1865. Nella stessa informazione però, lo storico si premura di informarci anche dell’errore che venne commesso in un libro pubblicato precedentemente al suo e nel quale si attribuiva l’opera del “palazzo” all’architetto Japelli (1874, p. 80, nota 5).

planimetria parco e castello papadopoli minFig. 5- Il Parco Papadopoli (in Bussadori P., 1986, p. 106) E’ in questo delicato passaggio, però, che si verificano delle rilevanti contraddizioni e che qui di seguito vogliamo proporle all’attenzione dei lettori. Il problema si evidenzia se viene messa a confronto la data dell’inizio o comunque dell’ultimazione dei lavori della villa con le nostre analisi cartografiche e mappali.

Infatti, la pianta planimetrica di quello che dovrebbe essere stato l’intervento edilizio eseguito dal Bagnara (fig. 4), e che secondo il Dall’Oste si sarebbe registrato nell’anno 1865, stranamente compare rilevato e restituito graficamente già nella mappa del Catasto Austriaco eseguita nell’anno 1842 (fig. 6). Peraltro uno studio, a nostro parere più affidabile e approfondito, sostiene che la versione attuale della villa Papadopoli sarebbe stata concepita e forse realizzata <<A cavallo degli anni ’60 e ’70, (dal)l’architetto di Darmstadt Emil von Lange .(.)..>> (Tatano C., 2001-2002, p. 30).

A questo punto possiamo avanzare qualche serio dubbio sulla attendibilità delle fonti bibliografiche e documentali fin qui analizzate e fatte oggetto del nostro studio.

Il tema meriterebbe ben altro spazio, ma questa non è né la sede né tantomeno rientra nel nostro compito approfondire e dirimere l’argomento. Ci è sufficiente invece aver posto all’attenzione il problema con la speranza che esso venga raccolto e, in un prossimo futuro, finalmente risolto.

L’intera area verde (fig. 5), di competenza della villa Papadopoli corrisponde ad una superficie totale di circa 120.000 mq, di cui: 17.000 mq ad uso giardino, 44.500 mq a parco, 4.500 mq a bosco e circa 54.000 sono i mq ritagliati dallo specchio d’acqua del romantico laghetto.
Il parco subì un secondo intervento strutturale dettato quasi sicuramente dalle mode della fine del XIX° sec. Per questo progetto i Papadopoli si affidarono all’artista e paesaggista francese Monsieur Durant con lo scopo di <<.(.). ridurre a gusto moderno il loro parco di S. Polo>> (Caccianiga A., 1872, p. 31). Quest’ultima soluzione dovrebbe coincidere con la versione a noi giunta.

Per quanto concerne le aziende vitivinicole dei Giol e in particolare delle cantine di S. Polo, le documentazioni storiche oltre che scarse anche in questo caso sono contrastanti tra di loro. Pur tuttavia alcune delucidazioni fornite dal dr. Carraro stabiliscono che l’edificio di carattere vitivinicolo più antico (1821) del complesso architettonico è quello di dimensioni minori, il quale attualmente è adibito alle funzioni enotecniche per la conservazione del vino (cripte voltate). Tale luogo però non svolse fin dalle origini le attività suddette, anzi: esso nacque come luogo per la produzione del latte. Probabilmente è nel 1861 che le funzioni e le attività enotecniche si insediarono definitivamente in questo edificio. La conferma sarebbe testimoniata dagli atti del progetto esecutivo, depositati nell’Archivio di Stato di Venezia, dell’intervento edilizio che vide interessare l’altro grande edificio del complesso e che prevedeva appunto il cambio di destinazione d’uso e la riconversione alle attività enotecniche (vedi fig. 6).

Malgrado non conosciamo con assoluta precisione l’anno della realizzazione di questo secondo e lungo edificio, possiamo comunque stabilire con certezza che anch’esso è anteriore all’anno in cui si registrò il Catasto Austriaco (fig. 6), in quanto la sagoma della cantina compare rilevata già nella mappa del 1842.

Entriamo ora nel vivo delle attività vinicole attuali dell’azienda.

azienda-agricola-cantina-giol-facciata-principale-san-polo-di-piaveFig. 7- La facciata principale sud delle Cantine Giol, vista da estsala-sud-cantina-di-conservazione-della-azienda-agricola-cantine-giol-san-polo-di-piave-minFig. 8- Interno della cantina di conservazione, sala sud

sala-nord-cantina-di-conservazione-azienda-agricola-cantine-giol-san-polo-di-piaveFig. 9- Cantina di conservazione, sala nord

Il complesso architettonico-enotecnico formula, per chi lo visita, un’emozione di tutto rispetto.

Due sono le caratteristiche di tale e interessante fattoria vinicola: la prima è la inusuale ma imponente soluzione compositiva dei volumi architettonici, bassi e lunghi e disposti a corte che concedono una rassicurante protezione. La seconda caratteristica, che riguarda precipuamente la cantina grande, è la decorazione che cura e decora la principale facciata (sud).

All’azienda si accede dalla strada comunale Maggiore che per un tratto si sovrappone anche alla famosa “Strada dei vini DOC del Piave”.

Immettendosi in un primo slargo formato da alti e secolari tigli e glicini, alcune aiuole disegnano i percorsi che indirizzano il visitatore alla cantina. Un imponente e lungo edificio con il suo sviluppo si interpone parallelamente tra la strada comunale e la corte interna formando una sorta di diaframma.

Esso consente il passaggio solo attraversando un portico arcato.
Superato l’edificio, seguendo la stradina bianca, compare un ruscello d’acqua che per un tratto è riparato da un filare di tigli e che detta gli intervalli introspettivi tra il prato a ovest e il parco ad est.

Proseguendo la corsa verso nord, frontalmente s’interpone un singolare corpo di fabbrica che chiude l’ampia corte del complesso edilizio e che riveste la funzione più importante di tutta l’azienda: esso, infatti, costituisce la cosiddetta “cantina grande”.

La facciata sud (fig. 7) si impreziosisce di una ricercata decorazione nei contorni delle finestre, e così per tutto lo sviluppo del prospetto, con delle tessere in pietra a vista, probabilmente originarie del sito geografico.
Le medesime tessere disegnano dei medaglioni tra i due ordini delle finestre che coincidono con il marcapiano della cantina, decorandolo. La decorazione dei prospetti nord ed est, invece, trova una diversa caratterizzazione, meno importante ed appariscente, forse per evidenziare le differenti scale di valori.

Il prospetto est è rifinito con del sasso di fiume a vista, cadenzato ad ogni corso con regolari mattoni posti di piatto; quello a nord, in via della Mura è intonacato con sabbia di fiume, rendendolo peraltro molto scuro e opaco.
Il grande portone in legno a sud-est segnala l’ingresso alla cantina.

La pianta è suddivisa longitudinalmente in due scompartimenti: nel primo a sud (fig. 8), alloggiano, nell’assordante silenzio, le grandi botti in legno di Rovere di Slovenia posate su poste di cemento ad una altezza di circa 50-60 cm dal piano di calpestio; nel secondo locale (fig. 9), posto a nord, vi alloggiano da una parte le medesime botti e, dall’altra, delle cisterne a sezione circolare di cemento armato.

In questo favoloso contenitore il vino si conserva come meglio non potrebbe. La condizione è favorita dalla bassa temperatura assicurata dal rilevante spessore delle pareti della costruzione, dalla ventilazione naturale impressa dalle bocchette di aerazione presenti nella cantina e dalla imponente tenebrosità che tale locale genera quando esso viene chiuso.

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I soffitti, relativamente bassi, sono realizzati di legno ritmicamente cadenzati da travi e disposti ad intervalli regolari ogni 60-70 cm.
Giunti al termine della visita alla cantina, ci si indirizza verso quel nucleo edilizio in cui sono raccolti i reparti di vinificazione, la cantina piccola e più antica, il reparto dello stoccaggio, dell’imbottigliamento e per finire gli uffici amministrativi.

Tali funzioni trovano la loro collocazione in due edifici paralleli, uniti tramite una tettoia a volta e di recente costruzione, sotto la quale viene a formarsi un corridoio necessario al passaggio dei carri agricoli per il conferimento dell’uva e per lo svolgimento delle prime operazioni enotecniche. L’edificio a Est è adibito alle lavorazioni di vinificazione ed è predisposto con una serie di rilevanti vasche di cemento armato.

Stranamente l’edificio è dotato, soprattutto ad est, di poche aperture finestrate mentre, invece, proprio per la funzione che esso svolge richiederebbe una illuminazione più consistente.
Il locale a Ovest, alla sinistra della tettoia, possiede una piccola ma interessantissima cantina di conservazione strutturata in parte da minute cripte con volta a botte e che costituirebbe la parte architettonica più antica dell’intero complesso edilizio.

La soluzione architettonica rende le cripte particolarmente originali e suggestive anche per il rilevante spessore di cui si compongono le pareti. Le botti sono posate su poste formate da un doppio corso di travi in legno ad una quota di ca. 40-50 cm dal piano di calpestio della corsia di servizio. Gli uffici direzionali completano l’insieme delle attività.

L’atmosfera rigida che si avverte tra le botti, a tratti quasi cupa, rimembra quelle stesse emozioni di una visita nei sotterranei segreti di un castello medievale in cui il vino veniva custodito gelosamente e invecchiato.
Un siffatto trattamento non può dunque che originare dei nobili vini come ad esempio l’ottimo Cabernet D.O.C barrique.

BIBLIOGRAFIA.
1) Vinitas. Centro enoico permanente Alto Livenza - Italo Cosmo * Giovanni Giol- (a cura), “Giovanni Giol 1866-1936. Imprenditore dell’Alto Livenza, fondatore a Las Heras/Mendoza in Argentina la più grande cantina del mondo”.
2) Guida commerciale, industriale, amministrativa e agricola di Treviso e Provincia (a cura), 1931, “Le aziende agricole del Commendatore Giovanni Giol”.
3) Bussadori P., 1986, “Il giardino e la scena. Francesco Bagnara 1784-1866”, mp/Edizioni, Treviso.
4) Caccianiga (a cura) A., Ferretto G.,1872, ”Ricordo della Provincia di Treviso”, Stabilimento Tipografico di G. Longo, Treviso.
5) Bussadori (a cura) P., 1998, “Villa e parco Papadopoli”, in Le tre Venezie, Anno V, n°2, pp. 12-15, Edizioni Europrint, Treviso.
6) Dall’Oste L., 1874, “San Polo nel Trevigiano. Cenni storici”, Tip. Antonelli, Venezia.
7) Barbieri M., Negro V., 1998, “Viticoltura”, in Le tre Venezie, Anno V, n° 2, pp.64-68, Edizioni Europrint, Treviso.
8) Tatano C., 2001-2002, “Il restauro di Parco Papadopoli in S. Polo di Piave (TV)”, Tesi di Specializzazione, Relatore Arch. Defabiani V., Università degli Studi di Torino, Scuola di Specializzazione in Parchi e Giardini, Facoltà di Agraria.
9) Opuscolo-locandina Azienda Agricola Cantine Giol.
10) Sito Internet: w.w.w.tragol.it/tv/spolo/SPolo.htm